- Capitolo 5 -
Il terzo passo

Così non significava nulla, ancora nulla.
Jun estrasse nuovamente lo stand. Intorno a lui si materializzò, con grande concretezza, una intricata rete di spago sottile che gli si strinse attorno. Tutti, naturalmente, potevano vederlo.
L'insegnante guardava con occhio critico e di tanto in tanto sbirciava il registro.
Lo spago si fuse con la pelle di Jun… e lui cominciò a svolgersi. Lentamente. Il filo che il ragazzo era diventato si dipanò per il pavimento della classe, assumendone il colore.
L'insegnate sorrise leggermente.
I compagni di classe di Jun cercavano in terra il filo, senza trovarlo. All'improvviso tutti i banchi si alzarono contemporaneamente e ci fu un generale urletto di sorpresa.
Lo spago si raccolse nuovamente in forma umanoide e Jun riprese il suo aspetto normale.
- Bravo Jun. Hai fatto passi avanti. Non devi emozionarti quando usi lo stand, ricordalo: lo spirito è importante, ma senza il controllo è uno strumento approssimativo. Per me è comunque un sette e mezzo. Non otto, perché hai avuto bisogno di due tentativi.
Jun sorrise e andò a posto: sette e mezzo andava benissimo.
Ci furono altre due interrogazioni, poi, al suono della campanella, lui e Steez andarono giù in cortile parlando fitto. Messi da parte i problemi spiccioli, molti erano coscienti di quanto quello fosse un brutto periodo per il Paese, e tra gli studenti del quinto anno c'era una consapevolezza particolare della questione. Li riguardava da vicino, in effetti.

Il cortile era nella solita confusione della ricreazione.
Un capannello di ragazzi e ragazze stava ridendo attorno a uno di loro che, grazie al suo stand metamorfico, imitava tutti i professori con attitudine da vero comico.
Altri giocavano a palla-stand, utilizzando i propri per colpire la sfera, mentre i gemelli Hitaka della terza H giocavano una partita a calcetto con i loro stand complementari… che di solito erano piccoli guerrieri pieni di tentacoli e armati di tutto punto, ma che evidentemente si potevano usare in modi più fantasiosi.
Steez e Jun si fermarono accanto all'auto di un loro amico e Jun si accese una sigaretta.
- Pensi che chiameranno anche noi?
Steez scosse la testa, il mento in una mano.

- Forse. Non è molto probabile. Non è come ai tempi dei nostri nonni, quando Dio era vivo e gli stand erano pochi: la dotazione è ampia. Siamo molti, ognuno Portatore, quasi tutti Guerrieri.
- Non hai tutti i torti. Ma si prospetta una guerra impegnativa, l'Unione Sudamericana non può attaccarci così, è da vigliacchi.
- Potrebbe essere colpa nostra.
- Nostra?
Steez fece spallucce.
- Non sarebbe una novità. L'informazione che ci arriva non è proprio imparziale, credo.
- Non dirlo troppo ad alta voce. Sai che Il Figlio sente, se vuole. E comunque una guerra è una guerra - disse Jun - se non stiamo dalla nostra parte da quale dovremmo stare?
"Da nessuna", pensò Steez senza esprimersi.
Era una guerra dai chiari intenti espansionistici, e sembrava abbastanza palese che "l'affronto sudamericano", come lo chiamavano i giornali, fosse soltanto una scusa per iniziarla.
Le Pattuglie Cittadine passavano di casa in casa con accurati elenchi di nomi per reclutare ragazzi e ragazze abili. Si prospettava un impegno bellico senza precedenti.
La campanella squillò.
Jun buttò la cicca ed entrambi si avviarono silenziosamente verso la classe.
Più tardi, all'uscita, Steez tornò a casa e trovò la sua vita cambiata. Un serio ufficiale delle Pattuglie Cittadine stava parlando con sua madre in salotto.
Ora il problema lo riguardava direttamente.

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