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Capitolo 4 -
Un passo indietro
Gli faceva
male. Un inferno di dolore bruciante inceneriva le sue vene, irradiandosi con
furia dai polsi e dalle caviglie, percorrendolo in ogni fibra, riempiendo il
suo mondo, restringendo il suo orizzonte a una capocchia di spillo rosso sangue.
Le spine gli ferivano la fronte. Attraverso la nebbia rossa che vagava davanti
ai suoi occhi poteva scorgere delle figure indistinte in diversi atteggiamenti.
Qualcuno piangeva, ai suoi piedi. Altri ridevano. La maggior parte. Il cielo
si stava oscurando, velocemente.
Tuoni. Uno, due. Tre.
Il quarto non ha rumore, è solo un'umida contrazione e un sibilo. La
sua vista sfocata non vide il centurione né la lancia, la sua carne registrò
il dolore al costato e lo aggiunse, bicchiere d'acqua, al resto dell'oceano.
Il polmone bucato cominciò a perdere sangue. Le nubi sopra di lui si
infittivano velocemente.
Credeva in Dio, da parecchio, e cominciò a pregare.
Ma era sempre peggio. Ogni volta era peggio. Aveva scoperto che non si faceva
facilmente l'abitudine alla morte, che si pregasse un Dio solo o molti, o spiriti,
o demoni.
Lo stupiva il fatto stesso che ancora credesse in una cosa qualsiasi. Che si
fosse fatto passare per il Figlio del grande Padre, che avesse voluto e deciso
di rendere l'umanità migliore diffondendo amore. Gli aveva fruttato solo
dolore.
Ma di certo non stava pensando a quello.
Piccole, fredde gocce di pioggia cominciarono a scendergli sul viso, lavandogli
via il sangue. La fronte dilaniata si increspò, il mondo si contorse,
la sua schiena martoriata dalle frustate sfregava contro il ruvido legno della
croce.
Quella stessa croce che lo avevano costretto a portare in spalla fino al luogo
della sua esecuzione. Non era la prima volta che soggiaceva alla crudeltà
dei suoi simili, lottandovi contro a volte, a volte arrendendosi. Ma dopo tutto
questo avrebbe lasciato perdere. Per sempre. Era, semplicemente, troppo.
E non era servito.
C'era stato un tempo in cui anche lui credeva nella violenza. Era stato un tempo
duro, in cui uccidere per sopravvivere era solamente prassi, niente di più
e niente di meno che grattarsi al sentire prurito. Ma era cresciuto spiritualmente
molto al di là di quanto chiunque altro avrebbe mai potuto fare, semplicemente
perché ne aveva la possibilità. Aveva appreso ed era cambiato.
Era arrivato a convincersi degli elementari vantaggi della collaborazione e
dell'apparente incapacità degli uomini di porla davanti ai propri interessi
personali
ma non si era scoraggiato, non subito. Aveva lottato per anni,
predicando in un deserto vuoto d'anime, privo di orecchie, pieno soltanto di
sguardi divertiti.
Aveva viaggiato moltissimo, probabilmente molto più di chiunque altro
fosse in vita allora, parlando a tutti quelli che incontrava e convincendo,
per contro, soltanto pochi. La lingua non era stata un problema, visto che con
il tempo aveva potuto impararne molte, e aveva scoperto di essere particolarmente
portato per quel tipo di cose: per lui fu una sorpresa assoluta.
Trovava eccitante apprendere, e questa sua caratteristica lo aveva portato a
comprendere molto meglio le persone che aveva intorno.
Proprio per questo decise
di sfruttare questa nuova corrente religiosa che aveva un Dio molto somigliante
a quello in cui credeva lui. Bella, molto, e piena di potenzialità che
potevano essere espanse. I credenti aspettavano con impazienza l'arrivo di un
Messia.
Bene.
Sarebbe stato lui.
La sua lotta per l'amore sarebbe finalmente giunta a una conclusione vittoriosa.
O almeno così credeva.
I chiodi nei polsi urlavano il contrario.
Molti, probabilmente, avrebbero pianto la sua morte. Ma non troppi. Non la maggior
parte. Gli uomini erano crudeli, crudeli e basta, quasi tutti. Lottare per loro,
per renderli migliori, per ampliare la loro mente e rendere la loro vita responsabile,
serena e priva di odio e violenza era soltanto insensato.
Era la sconfitta.
Un ultimo tuono lacerò l'aria, sovrastando le sue ultime parole.
"Padre, perché mi fai questo?"
Poi silenzio.