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Capitolo 2 -
Il primo passo
- Condoglianze.
- Condoglianze, davvero. Mi dispiace.
Mani che si stringono, mani che accarezzano, tentano un piccolo abbraccio, poi
si ritirano. Mario non vuole più sentir scorrere mani dispiaciute sui
suoi vestiti. Vuole soltanto andare a casa, buttare i mobili fuori dalla finestra
e seguirli. Gettare via tutto.
Jolyne non c'è più.
Il bambino non c'è più.
Nulla ha più senso.
E dire che c'erano quasi riusciti. Lui, Mario Gioia, e lei, Jolyne Kujo, a condurre
una vita normale. Dopo tanti anni. Tutti spesi tra una clinica e l'altra, tra
farmaci dai nomi fantasiosi e dagli effetti collaterali inquietanti, tra uno
psichiatra e uno psicologo.
Dentro di sé dava la colpa a suo suocero. Jotaro era morto male, gettando
Jolyne in una cupa angoscia, tre giorni soltanto dopo il loro matrimonio. Era
cominciato tutto allora. Ma evidentemente quello era stato solo l'evento scatenante,
non la vera causa. Si sentiva sciocco a pensarci. Una bomba in un centro commerciale
è storia, beh, quasi di tutti i giorni. Né Jotaro né Josuke
avevano la colpa di trovarsi là in quel momento.
Giorno si avvicina. È l'unico a cui Mario presta veramente attenzione.
A lui deve profonda gratitudine. Era stato lui a pagare le spese del ricovero
di Jolyne. Nessun altro avrebbe potuto, visto il crack finanziario della Fondazione
Speedwagon. Dopo la morte di Jotaro, che ne era a capo, l'intero consiglio amministrativo
era passato nelle mani di una holding finanziaria che aveva manipolato testamenti,
falsificato bilanci, creato documenti compromettenti, pur di mettere le mani
sul capitale della Fondazione. E addio. La famiglia Kujo si era trovata priva
di un sostegno importantissimo.
Grazie Giorno, quindi, anche se era un "rispettabile" uomo d'affari
in odore di mafia.
Ma adesso il suo potere non contava nulla.
Neppure lui poteva riportagli Jolyne e Giorgio. Giorgio. Mario si passò
un mano sugli occhi mentre ancora qualcuno mormorava condoglianze senza senso
alle sue orecchie stanche, logorate, morte.
Giorgio che era arrivato dopo anni di terapia, dopo che l'inspiegabile pazzia
di Jolyne sembrava essersi ritirata, Giorgio che era stato voluto e cercato,
che aveva gli occhi sottili, che era piccolo e sorrideva spesso, che mangiava
troppo ed era bellissimo, che era stato soprannominato "Jojo" perché,
diceva Jolyne, era una specie di tradizione di famiglia.
Mario attese, stordito, che il corteo di dispiaciuti sfilasse completamente,
lasciandolo solo. Nessuno poteva essere più dispiaciuto di lui, era inutile
che continuassero. Si incamminò per i viali spenti del cimitero monumentale
di Roma, il Verano, verso il cancello. Dove c'era la sua macchina. Che aveva
preso perché piaceva a Jolyne. Si sedette, chiuse lo sportello e guidò
verso casa. La casa dove abitava con Jolyne. E Giorgio. Salì le scale
fino al quinto piano, aprì la porta e si lasciò cadere a terra,
in lacrime come un bambino.
Era bastata una manciata di secondi, una manciata di secondi soltanto. Un breve
volo. Jolyne con Giorgio in braccio. Tanto dolore.
Era stata una fine pietosa, in confronto agli anni di sofferenze di sua moglie.
Che all'improvviso era semplicemente impazzita. Così, di punto in bianco,
dopo la morte del padre. Mario trovava la cosa inspiegabile. "Jolyne è
sempre stata una donna forte, incredibilmente forte. Non è il tipo da
cedere così."
"Era."
Doveva abituarsi a pensare a lei usando il passato. Ma perché abituarsi,
poi? Tanto valeva farla finita, anche lui, e chiudere il conto con una vita
che non aveva più molti scopi. Proprio nessuno, anzi.
Si alzò e avanzò nella casa illuminata da un sole spento.
Camera loro.
Solo sua, ormai. La culla, il letto a due piazze.
Era lì che Jolyne aveva passato i pochi periodi a casa degli ultimi anni.
Sudando. Smaniando, con la febbre altissima, dicendo cose incomprensibili, delirando,
persa in attacchi epilettici sempre più violenti.
Aveva combattuto una battaglia intensa, dolorosa, impressionante. E lui con
lei.
E i medici non capivano.
Un caso studiato, riportato su molte importanti riviste di medicina, Jolyne.
Misterioso. Bizzarro.
Aprì il cassetto del comodino, prese la pistola, si sedette sul letto
e se l'appoggiò alla tempia, aspettando di avere il coraggio di premere
il grilletto.