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Capitolo 1 -
Prima di muoversi
La scia nel
cielo era aranciata.
Gli occhi che la videro la distinsero molto facilmente, l'uomo a cui appartenevano
si spaventò molto. Temeva le manifestazioni divine, temeva il lampo,
il tuono, temeva la tempesta e gli occasionali terremoti. Ma quella era una
cosa del tutto nuova, di cui non sapeva se avere paura, e lo sconcertava molto
di più. Simili segni nel cielo non si erano mai visti.
Non c'erano nei racconti degli anziani, che pure conoscevano tutto e conservavano
la memoria del clan.
Ci fu un fragore lontano di alberi abbattuti, uno schianto raspante, come di
un gigante che grattasse in terra. Non troppo lontano, oltre una piccola cresta
pietrosa, si levò una nube di detriti e polvere accompagnata subito da
un fumo denso e scuro. L'onda d'urto fece tremare leggermente il suolo.
L'uomo, per lo stupore, lasciò cadere la trappola che stava controllando.
Era giorno, se si può chiamare giorno una mattinata fredda dalla luce
grigia. L'uomo non c'era abituato. Non era nato lì, dove il sole non
saliva mai fino allo zenith, ma danzava lentamente lungo il bordo del cielo
con lievi accostamenti e fughe, giocando con l'orizzonte.
L'uomo provò un brivido sotto le pelli di cui era rivestito. Il grasso
grigio e sporco che gli copriva il volto rendeva i suoi lineamenti quasi indistinguibili,
una maschera cerea su cui si cristallizzavano piccoli frammenti di ghiaccio.
Aveva ancora tre trappole da controllare. Forse qualche coniglio, ma doveva
fare in fretta se non voleva che altri animali glielo sottraessero. La sua donna
lo aspettava nella tenda, con il suo bimbo, e avevano bisogno di carne. Tanta
carne. L'inverno si stava avvicinando.
Scosse la testa e si impose di dimenticare la scia nel cielo. Aveva certamente
cose più importanti da fare
ma si sentiva inquieto. La foresta,
gelosa delle sue risorse ma familiare come una madre, ora gli sembrava più
cupa, buia. Lui e il suo clan non avrebbero dovuto spingersi così lontano,
così al freddo.
Si costrinse a sbrigare il suo lavoro, riempiendo la sacca di pelle con le prede
delle tre trappole. Quando terminò era ancora presto.
Prima di tornare all'accampamento per conciare le pelli e seccare la carne voleva
dare un'occhiata nella direzione in cui aveva visto quel fenomeno inspiegabile.
In fondo, si disse, si era avvicinato parecchio per controllare l'ultima trappola.
Era spaventato, certo. Ma curioso. Poteva trattarsi di una minaccia così
come di un essere divino: le due cose potevano anche andare a braccetto. Ma
forse lui avrebbe conosciuto un dio, e guadagnato favori per il proprio clan.
Più cibo. Più pelli. Una nuova terra con più prede, più
caldo, più sole. Una vita più facile.
Soppesò la sua sacca. Conteneva parecchie piccole prede. Sarebbero state
buoni sacrifici per un dio, erano molte.
Rimase un altro po' a pensarci, poi si incamminò sul terreno freddo con
le rozze scarpe di pelliccia che frusciavano nel silenzio completo della foresta
congelata.
Respirare era diventato
difficile. La fatica, certo. E poi cominciava a fare caldo. Era sicuramente
qualcosa di origine divina, quella che si era schiantata lì: il caldo
è fuoco, e il fuoco è uno spirito buono.
Aveva pensato che fosse più vicino. Ma sapeva di esserci quasi. Aveva
seguito il fumo, ora meno scuro e più rado.
Avrebbe raggiunto il dio e lo avrebbe venerato con dei sacrifici.
La sua mente era occupata dalle immagini della ferita nel cielo, dalle sfrenate
previsioni su quello che avrebbe potuto ottenere.
Era un uomo di grande importanza per il suo clan. Le sue numerose cicatrici
testimoniavano il coraggio nella guerra e nella caccia, e il suo ruolo di guida
e difesa nella lunga, estenuante migrazione in quelle lande bianche, silenziose.
Nonostante questo aveva paura. Non sapeva a cosa andava incontro.
Ma continuava.
Un passo
dopo l'altro.
Raggiunse ansimando la cresta rocciosa che aveva visto in lontananza, si appoggiò
a un masso e si sporse. Il calore era quasi insopportabile. La neve sciolta
formava rivoli e fiumiciattoli sulla terra calcinata, il vapore si levava in
ampie volute nebbiose e i ciocchi anneriti fumavano e bruciavano. Il terreno
era solcato dalla lunga e stretta trincea scavata dall'impatto. La scarna foresta
ferita crepitava, lamentosamente.
Decise di avvicinarsi di più, ancora un po', verso il centro del piccolo
cratere oblungo, lasciato da quello che poteva essere un dio nella sua caduta.
Entrò nel cratere, sudando copiosamente. L'aria bollente cominciò
a bruciargli la barba. Il grasso iniziò a sciogliersi, colando lentamente.
Non poteva avvicinarsi di più.
Si allontanò un poco e cominciò a raccogliere della neve, gettandola
nel centro ardente del cratere. Tra le nubi di vapore riusciva a scorgere una
massa scura, irregolare, poco più grande di una lepre delle nevi. Continuò
a lungo, ostinatamente, finché le vampate si ridussero e potè
avvicinarsi.
Quello che vide lo lasciò perplesso. Si trattava di un sasso, un piccolo,
insignificante sasso, brunito dal calore e butterato per l'impatto. Provò
a toccarlo. Era tiepido, ormai. E viscido. Cosa
?
Si girò.
Un orso.
Era stato così impegnato e concentrato a smorzare il calore e a esaminare
la pietra e a pensare a tutto quello che avrebbe potuto dire al villaggio e
si era distratto a tal punto che
Un orso.
A due passi da lui. In posizione di attacco.
Non ci fu molto che poté fare quando gli si avventò contro. Sbranandolo.
Completamente.