- Capitolo 4 -

"Sono lacrime di gioia… perché tu sei qui… sto per far esplodere la nave… Elena Joestar morirà con te… Dio… forse, in fondo, siamo davvero una sola persona… potrai vivere in eterno con Elena… vivere… in eterno… Jojo! Jojo! Jojo! Jojo! Jojo! Jojo! "

- Jonathan! Jonathan! -
Jarod continuava a chiamare il suo paziente, ma inutilmente. Jonathan, infatti, dopo aver aperto gli occhi e pronunciato poche parole era rimasto immobile, con lo sguardo fisso nel vuoto, come se avesse nuovamente perso conoscenza.
In realtà sentiva le voci attorno a sé solo che, nella sua mente, queste si confondevano con urla di terrore e rumori metallici; ricordi confusi di una tragedia che lo aveva privato del proprio futuro. Un futuro che, paradossalmente, si perdeva ormai negli abissi di un passato lontano.
Gli ci vollero parecchi secondi per rimettere ordine tra i propri pensieri. Infine raggiunse la conclusione che, probabilmente, qualcuno l'aveva salvato dopo il naufragio della nave su cui viaggiava e l'aveva condotto in ospedale. Queste considerazioni lo tranquillizzarono. Era ancora un po' stordito e faticava a mettere bene a fuoco la situazione, ma l'ipotesi che aveva formulato gli sembrava attendibile e vi si aggrappò con tutte le sue forze.
Notò che l'uomo che lo stava chiamando indossava un camice e da ciò dedusse che fosse un medico. Fu perciò a lui che si rivolse quando riprese a parlare.
- Lei chi è? Può dirmi dove mi trovo? -
Un'espressione soddisfatta si dipinse sul volto del suo interlocutore.
- Jonathan! Sono felice che ti sia ripreso, finalmente! -
Lo sguardo di Jonathan tradiva un certo disappunto: quell'uomo era un perfetto sconosciuto, eppure gli dava del tu e gli parlava come se lo conoscesse da sempre.
- Sì, anch'io sono felice di essermi ripreso. Ma ora vorrei sapere dove sono e chi è lei. -
- Oh, ma naturalmente! Dunque… siamo a Londra. -
- Londra? -
- Sì. Io mi chiamo Jarod Pretender e sono un medico. Questo, invece, è Timothy Angel, un mio collega. E loro sono il signor Joseph e suo nipote Jotaro. -
Jonathan si soffermò a guardare con più attenzione gli uomini che gli stavano davanti. Il medico che gli aveva parlato, Jarod, era abbastanza alto e di corporatura esile. Il viso ovale, dai lineamenti morbidi, era incorniciato da una massa arruffata di capelli biondi. Gli occhi, infine, erano neri e vivaci.
Più alto e più atletico del collega era, invece, Timothy, un giovane sulla trentina con occhi verdi e capelli castani, corti e ben pettinati.
Ben più strano era il terzo uomo, Jotaro: altissimo, robusto, scuro d'occhi e di capelli, sicuramente non inglese. Aveva un'espressione molto seria, quasi fredda. Indossava un paio di pantaloni verdi ed una giacca lunga dello stesso colore. In testa, poi, portava un cappello che Jonathan giudicò essere ridicolo. In un'altra occasione gli sarebbe sfuggito un sorriso. Ma non in quel momento. Jotaro, infatti, lo aveva impressionato, ma non tanto per il suo atteggiamento o i suoi vestiti. Il fatto era che i suoi lineamenti avevano un non so che di familiare.
Mentre era ancora assorto in queste considerazioni Jonathan portò lo sguardo sul nonno di Jotaro. Era un vecchietto dall'aria simpatica, vestito con un paio di pantaloni ed una camicia beige. Portava gli occhiali e si appoggiava ad un solido bastone.
- Allora, Jonathan, come ti senti? -
Jarod aveva formulato la domanda con falsa noncuranza per rompere il velo di silenzio che si era nuovamente venuto a creare.
- Sono un po' intontito e mi fischiano le orecchie. Ma credo che questo sia un effetto dell'esplosione… -
Jonathan aveva iniziato a parlare con una certa naturalezza, ma si era fermato quasi subito. Si era accorto, infatti, che con la parola "esplosione" aveva scosso il suo uditorio, anche se non ne capiva esattamente il perché. A dire la verità, quel termine aveva provocato anche in lui una strana sensazione. Mentre cercava di codificarla sollevò la testa sul cuscino e si mise a sedere sul letto. Avvertì qualcosa di strano nei propri movimenti, ma non ci fece caso. La sua mente era altrove, in mare; era sulla nave che lo stava portando in luna di miele con… con…
- Elena! -
Sul volto fino ad allora piuttosto calmo di Jonathan si dipinse un'espressione di terrore.
- Elena, mia moglie… l'avete trovata? Sta… sta bene? -
Il pensiero fino a quel momento sopito della moglie, che lui credeva ancora dispersa, si era ad un tratto fatto strada nella sua testa.
Jonathan era sconvolto. Ricordava abbastanza chiaramente le prime fasi dell'inabissamento della nave. E ricordava anche di aver detto ad Elena di mettersi in salvo. Ma poi era svenuto e non aveva idea di quanto fosse successo da quel momento a quando si era risvegliato, pochi minuti prima. L'ipotesi che la moglie non fosse stata salvata lo fece rabbrividire. Tentò di scacciare questo pensiero dalla propria mente, ma non ci riuscì.
- Qualcuno vuole rispondermi? Dov'è mia moglie? Era anche lei sulla nave. Possibile che quando mi avete ripescato non abbiate trovato anche lei? Vi prego… ditemi se è viva! -
- Come? -
Jarod si sentiva confuso. Il repentino cambiamento d'umore di Jonathan lo aveva colto di sorpresa. Troppo tardi, infatti, aveva capito in che modo il suo paziente avesse frainteso la situazione e quale idea si fosse fatto di quanto gli era accaduto. Troppo tardi aveva compreso ciò che razionalmente aveva fino a qual momento ignorato, e cioè che Jonathan era rimasto al 1889, al giorno in cui aveva combattuto per l'ultima volta contro Dio Brando. Al giorno in cui aveva detto addio a sua moglie prima che si allontanasse dalla nave che affondava.
Di fronte allo sguardo disperato di quell'uomo che il destino aveva fatto rivivere in un'epoca non sua, Jarod si sentì impotente e non riuscì a dire nulla. Jonathan, dal canto suo, vide l'espressione disorientata del medico ed interpretò il suo silenzio come una risposta negativa alle proprie domande. Fu come se il suo cuore si frantumasse in mille pezzi. Gli occhi gli si riempirono di lacrime.
- No! No… -
Per un istante lunghissimo nessuno osò pronunciare una sola parola. La situazione era evidentemente sfuggita ad ogni controllo: fino a quel momento Jarod e la sua equipe si erano preoccupati principalmente della condizione fisica di Jonathan trascurando quasi del tutto quella psicologica.
L'unico ad apparire tranquillo anche in un'occasione come quella era, naturalmente, Jotaro. Lentamente si avvicinò al suo antenato, che nascondeva tra le mani il volto rigato di lacrime, e gli posò una mano sulla spalla. Jonathan sollevò la testa; la strana sensazione di familiarità che aveva provato prima nei confronti del giovane giapponese si fece più forte.
Con calma e scandendo bene ogni parola, Jotaro iniziò a parlare:
- Elena non è morta in seguito al naufragio. Quando è stata ripescata al largo delle Isole Canarie, a parte qualche graffio, stava bene. Anche la neonata che aveva con sé era in buone condizioni. -
Man mano che il racconto proseguiva il volto di Jonathan si andava illuminando di gioia; ma Jotaro sapeva che di lì a poco la disperazione avrebbe di nuovo preso il sopravvento nell'animo dell'uomo che gli stava davanti.
- Allora è viva… e sta bene! Posso… posso vederla? -
Jonathan aveva formulato la domanda approfittando di una pausa del suo interlocutore.
Jotaro lo guardò con tristezza.
- No. - rispose semplicemente.
- Ah, già… Ha ragione. Sono un vero idiota. Lei ha detto che è stata salvato vicino alle Canarie, mentre qui siamo a Londra… -
La spiegazione che si era dato era perfettamente logica. Eppure Jonathan si sentiva agitato. Era stata la risposta di Jotaro ad innervosirlo, il tono con cui aveva pronunciato quel "no".
Il cuore aveva voluto interpretarlo come un "no, non ancora"; ma la mente aveva già capito che il senso era un altro: "no… mai più".
- Lei ha detto che è viva… -
Come Jotaro aveva previsto, la felicità di Jonathan era durata ben poco. Illuderlo ancora sarebbe stato inutile. La cosa migliore era dirgli subito tutta la verità.
Ma come?
- Io ho detto che Elena è sopravvissuta al naufragio… non che è ancora viva… -
- Cosa? Io… io non capisco… -
- Lascia, Jotaro. Forse ì meglio che ci pensi io. -
Jotaro si voltò a guardare suo nonno. Aveva ragione: sicuramente era lui la persona più indicata per spiegare a Jonathan la situazione con il dovuto tatto.
Senza dire una parola il giovane giapponese si diresse verso la porta della stanza. I due medici lo seguirono prontamente. Non appena furono usciti tutti e tre Joseph avvicinò al letto una sedia e vi si accomodò.
Jonathan aveva seguito la scena nel più assoluto silenzio, cercando nel frattempo di decifrare e mettere in ordine le frasi sibilline che aveva udito da Jotaro.
- Dunque… come ti senti? -
Quello di Joseph era stato un esordio davvero banale, la classica domanda che si fa quando non si ha nulla da dire. O quando da dire se ne ha troppo, ma non si sa da che parte cominciare.
- Dov'è Elena? -
Joseph sospirò. Era evidente che Jonathan non aveva nessuna voglia di perdere tempo in convenevoli, il suo unico pensiero era di farsi dire esattamente cosa fosse successo alla moglie.
- Dov'è Elena? Mi risponda, la prego. Ho il diritto di saperlo! -
- Temo che ormai non potrai più rivederla. -
- È… morta? -
- Sì. -
La dura semplicità della risposta di Joseph penetrò nel cuore di Jonathan come la lama di un pugnale.
- Oh no! Ma… ma perché suo nipote mi ha mentito prima? -
- Sul fatto che lei sia scampata al naufragio? No, Jotaro non ti ha mentito. Elena è stata davvero salvata al largo delle Canarie. -
- Ma allora come… ? Forse… è rimasta molto a lungo in acqua? Ha avuto una polmonite? È così? È stato a causa del tempo che è rimasta bagnata… Oh Dio! Oppure ha avuto un altro incidente? -
Jonathan parlava confusamente; forse non sapeva neanche lui cosa volesse dire. Joseph lasciò che si sfogasse un po'. Poi, quando si fu calmato, per quanto possibile, riprese a parlare.
- Tempo… sì, in effetti è proprio il tempo il problema, ma non nel modo che credi tu. -
A questo punto la voce di Joseph si fece più seria.
- Ora ascoltami attentamente, Jonathan. Quanto sto per dirti ti sembrerà assurdo, ma ti assicuro fin d'ora che si tratta della verità, della pura e semplice verità. È una storia molto complicata, quindi ti prego di non interrompermi fino alla fine… -
Jonathan guardò il vecchio con aria interrogativa. Non si era ancora ripreso dallo shock per la morte della moglie, ma voleva capire cosa stesse accadendo.
- Dunque… eri in viaggio di nozze con Elena quando la nave è affondata, giusto? -
Jonathan annuì col capo.
- Già. Ma entrambi sappiamo che non fu un incidente a provocare il naufragio. Qualcuno fermò la turbina della nave, uno zombie, per l'esattezza. -
Joseph aveva pronunciato le prime parole molto lentamente. Ma poi, man mano che andava avanti con il racconto, aveva preso a parlare con più rapidità, quasi senza pause, per impedire a Jonathan di fare qualsiasi intervento.
- Ovviamente io non so cosa sia successo di preciso sulla nave. Posso solo fare delle congetture basandomi su quanto mi ha raccontato Elena e… -
A sentir pronunciare qual nome Jonathan ebbe uno scatto.
- Elena! Ma quando le ha parlato? -
Il vecchio Joestar fece una smorfia di disappunto.
- Una cosa alla volta. Se me ne darai la possibilità ti chiarirò tutto ma… dannazione! È già così difficile! -
Jonathan non capiva se quelle ultime frasi Joseph le avesse dette a lui o a se stesso. Scosse il capo, come per scusarsi di averlo interrotto. Poi, con un cenno della mano lo invitò a proseguire.
- Stavo dicendo che… ah sì! Quella notte… quella notte, sulla nave, tu incontrasti per l'ultima volta Dio Brando… -
Una strana luce brillò negli occhi di Jonathan. Sentir nominare l'essere che gli aveva distrutto la vita risvegliò in lui sentimenti di profondo rancore, ma anche pesanti interrogativi circa il vecchio signore che gli stava davanti. Chi era? Come faceva a conoscere Dio? E soprattutto "cosa" sapeva di lui e della maschera?
Jonathan sentiva queste domande affiorargli sulle labbra, ma decise di non parlare, per il momento, e di continuare ad ascoltare Joseph.
- Non era certo in ottime condizioni quando lo vedesti. Nel vostro precedente scontro tu l'avevi quasi ucciso… Solo la testa si era salvata, mentre il corpo era stato disintegrato dalle tue onde. Il corpo… era questo ciò che voleva da te; il tuo corpo, sul quale attaccare il suo collo. Ma tu non hai ceduto: hai lottato con lui e con i suoi zombie e quando ti sei reso conto che stavo morendo hai fatto mettere in salvo Elena ed hai provocato l'esplosione della nave, sperando che Dio sarebbe morto. -
A questo punto Joseph si fermò. Si aspettava che Jonathan lo avrebbe tempestato di domande, ma non fu così. Il giovane rimase in silenzio con aria pensierosa. Il fatto che il vecchio sapesse tutte quelle cose sul suo passato era decisamente strano, ma allo stesso tempo Jonathan avvertiva la sensazione che presto avrebbe avuto ben altro di cui stupirsi.
Quando Joseph riprese a parlare lo fece sottovoce e con gli occhi bassi, fissi verso la punta del suo bastone.
- Già, speravi che sarebbe morto. Ma non accadde! -
Il vecchio Joestar sollevò lo sguardo incontrando quello del suo antenato, velato di terrore. Jonathan sentì mancargli il respiro, forse avrebbe voluto urlare, ma non ci riuscì.
- Dio non morì quella notte. Prima che la nave s'inabissasse completamente lui riuscì a liberarsi dalla tua stretta, ti staccò la testa e poi attaccò la sua sul tuo corpo. Dopodiché si nascose nella sua bara e attese, sul fondo dell'oceano, che qualcuno lo ripescasse. Sicuramente anche Dio credeva di averti ucciso e di aver decapitato un cadavere… In realtà, però, tu non eri ancora morto. Eri… come dire… caduto in una sorta di coma.
Quando Dio si è impossessato del tuo corpo il suo sangue è venuto a contatto con la tua testa, rendendoti immortale. Così sei sopravvissuto in uno stato di animazione sospesa per più di un secolo, finché il dottor Angel non ti ha ripescato. -
- E lei è davvero convinto che io creda ad una storia simile? -
Jonathan aveva assunto un'espressione quasi divertita. Ormai era sicuro che quel bizzarro vecchietto, venuto chissà come in possesso di certe informazioni, le stesse usando per prenderlo in giro.
- Beh, sì! In effetti speravo proprio che tu ci credessi. -
La serietà di Joseph era sconcertante: sembrava davvero sincero…
- Oh, ma certo! E quindi, secondo lei, la mia… "testa" avrebbe girovagato qua e là per l'oceano nell'arco di un secolo fino a quando, un bel giorno, non ha abboccato all'amo di un medico che, invece di tirar su un pesce o una scarpa, si è ritrovato.. me! E allora mi spiega da dove salta fuori questo corpo che ho adesso? O forse è un'allucinaz… oh mio Dio! -
Jonathan non riuscì a terminare la frase. Mentre parlava, infatti, aveva sollevato il lenzuolo che lo ricopriva ed aveva iniziato ad osservarsi. Indossava un paio di pantaloni bianchi, probabilmente un pigiama. Il torso, invece, era nudo, sebbene coperto in più punti da piccoli dischetti appiccicosi che, tramite una serie di fili, erano collegati agli strani apparecchi che circondavano il letto. Ma, agitato com'era, Jonathan non ci aveva quasi fatto caso.
Ciò che aveva attirato la sua attenzione e che l'aveva scosso al punto da zittirlo all'istante erano state, invece, le sue mani e le sue braccia. Senza dubbio, oltre al viso, sono queste le parti del proprio corpo che si osservano con più frequenza e Jonathan notò che in lui avevano qualcosa di strano. Le dita, per esempio, gli sembravano più corte di quanto ricordasse… e poi c'era qualcosa che mancava, sul braccio sinistro: il segno di un morso, quello che Danny gli aveva fatto non appena George l'aveva portato a casa… la cicatrice era scomparsa.
- Non è il mio corpo… non è il mio… -
Jonathan continuava a ripetere queste parole mentre, nervosamente, continuava ad esaminare i proprio arti.
Poi, all'improvviso, si fermò. Sollevò la testa, chiuse gli occhi ed inspirò profondamente. Trascorsi alcuni secondi espirò e riaprì gli occhi. Aveva lo sguardo deluso di chi, desideroso di svegliarsi da un incubo, si rende finalmente conto che non stava affatto dormendo.
Si voltò lentamente verso Joseph che, intanto, aveva preferito restare in silenzio.
Poi, con voce ferma, chiese: - In che anno siamo? -
- Nel 2003. Oggi è il 16 agosto 2003. E a questo punto credo che sia giusto che tu sappia anche chi sono io. Il mio nome è Joseph Joestar, e sono tuo nipote. -

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