- Capitolo 1 -

Giappone, anno 2003

Driin! Driin! Driin! Click!
- Risponde la segreteria telefonica di Jotaro Kujo. In questo momento non sono in casa. Lasciate un messaggio e sarete richiamati al più presto. Biiip!
- Ehm, Jotaro? Sono Jarod Pretender, della sezione di Londra della fondazione Speedwagon. Qui è successa una cosa incredibilmente bizzarra! Devi assolutamente venirla a vedere. Telefonami appena senti questo messaggio. Mi raccomando, è importante! Ciao. -
Click! Tu-tuu! Tu-tuu!
- Che seccatura! Che cosa sarà mai successo stavolta! -
Jotaro stava comodamente seduto sul divano, sorseggiando una bibita ghiacciata.
La giornata era stata molto faticosa, ed ora non desiderava altro che rilassarsi un po'. Quella telefonata aveva mandato all'aria i suoi piani. Se si fosse trattato di qualcun altro non se ne sarebbe preoccupato più di tanto ed avrebbe lasciato perdere, per quella sera. Ma era la fondazione, e per disturbarlo alle nove di sera di quel torrido 11 agosto doveva esserci una ragione molto importante. Così, seppur controvoglia, si avvicinò al telefono e sollevò la cornetta. Compose un numero e attese. Rispose una voce femminile.
- Buonasera. Qui è la fondazione Speedwagon. Come posso esserle utile? -
- Sono Jotaro Kujo. Mi passi il responsabile della sezione di Londra, per favore. -
- Subito signor Kujo. Attenda in linea. -
Dopo pochi secondi Jotaro risentì, all'altro capo del telefono, la voce familiare di Jarod Pretender, ex professore universitario con una laurea in medicina ed una specializzazione in neuro chirurgia, ora a capo di una delle sezioni europee della fondazione.
- Ciao Jarod, come stai? È tanto che non ci sentiamo! -
- Già, è tanto... -
Jarod parlava con voce sommessa.
- Va tutto bene? Ho sentito il tuo messaggio. Dalla voce mi sei sembrato molto preoccupato, ed anche adesso... -
- No, non sono preoccupato, anzi. Sono a dir poco elettrizzato! Il problema è che non so proprio da che parte cominciare. Non riusciresti mai ad immaginare quello che abbiamo scoperto! -
- Beh, dimmelo allora! -
- No, per telefono è meglio di no. E poi, dubito che mi crederesti. -
- Ascolta Jarod, durante la mia vita ne ho viste di cose bizzarre! Ti assicuro che nulla, ormai, può più scioccarmi. Non dico di scendere nei particolari, ma almeno dimmi qualcosa! Mi stai chiedendo di venire a Londra: allora devi almeno darmi una buona ragione per farlo! -
Jotaro sospirò. Si rendeva conto di essere stato molto scortese, ma per quella settimana aveva fissato molti impegni e non gli andava di mollare tutto di punto in bianco senza un motivo più che valido.
- Hai ragione - rispose Jarod - ma, come ti dicevo, si tratta di una cosa incredibile, ed è assolutamente necessario che tu la veda di persona. credimi, non insisterei tanto se non ne valesse la pena. Comunque posso dirti che in certo senso ha a che fare con la tua famiglia.... più esattamente con un certo ramo del tuo albero genealogico che ti ha già creato parecchi problemi, in passato... -
- Uhm? - Jotaro rimase perplesso. L'ultima affermazione di Jarod gli aveva fatto venire i brividi. Dunque si trattava di una questione di famiglia? Di un ramo della famiglia che aveva già dato problemi? Un solo nome gli passò per la testa: Dio Brando!
Per alcuni secondi nessuno dei due parlò. Poi fu Jotaro a rompere il silenzio.
- Va bene. Parto subito. -
Senza aggiungere altro, interruppe la comunicazione e andò a preparare i bagagli. Due ore dopo era all'aeroporto.
- Domattina sarò a Londra! - pensò.
Cercava in ogni modo di togliersi dalla mente quel dubbio che lo tormentava...


- Che si tratti proprio di Dio? Possibile che sia ancora vivo? - Ma non c'era nulla da fare. Lo sguardo di quell'uomo, il ghigno dell'assassino di Kakyoin non lo abbandonarono per tutta la durata del viaggio. Poi, finalmente, l'aeroporto di Londra. Jarod era lì ad aspettarlo. Si videro, si strinsero la mano; poi, evitando altri inutili convenevoli, si diressero verso il parcheggio. Salirono in auto e... lì Jotaro ebbe la prima delle numerose sorprese che quel soggiorno gli avrebbe d'ora innanzi riservato.
- Nonno! Anche tu qui? -
Seduto sul sedile posteriore della vettura c'era, infatti, il vecchio Joseph Joestar.
- Jarod mi ha telefonato ieri sera. Ha detto che aveva qualcosa di molto importante da mostrarmi. Tua nonna Suzi Q si è arrabbiata moltissimo quando ho deciso di partire. E pensare che oggi avemmo dovuto festeggiare il nostro anniversario... -
- Tsk! Pensa te! - esclamò Jotaro divertito. Poi, rivolgendosi a Jarod - C'è qualche altro "convocato speciale" di cui non siamo ancora a conoscenza? -
- No, per il momento siete solo voi due. Ho creduto più opportuno discutere prima con voi della possibilità di avvertire altri membri della vostra famiglia. Mi riferisco a Josuke e, naturalmente, a... Giorno. -
Il tono di voce con cui Jarod pronunciò quell'ultimo nome convinse ancora di più Jotaro che la bizzarra scoperta per la quale si trovava lì avesse a che fare proprio col padre del giovane boss di Passione.
Jotaro era ancora assorto nei suoi pensieri quando l'auto si fermò. Erano arrivati. L'edificio di fronte al quale si trovavano era situato nei sobborghi della capitale inglese: una fatiscente palazzina di tre piani, all'apparenza disabitata da decenni.
I tre uomini entrarono. L'interno non era certo più curato dell'esterno: tappezzeria strappata, vetri in frantumi, ragnatele ovunque. Avanzarono ancora, fino a quella che un tempo doveva essere una sala da pranzo. Al centro, sul pavimento, c'era una botola di legno. Jarod si avvicinò e sollevò la maniglia. Sotto c'era un altro pannello, questa volta d'acciaio, con apertura elettronica. Jarod vi poggiò sopra la mano sinistra, per il riconoscimento delle impronte digitali. Poi prese una scheda magnetica dalla tasca della giacca, l'infilò in una fessura e digitò un codice. Infine disse: - Richiesta di identificazione. Sono il dottor Pretender. - Pochi istanti dopo si sentì uno scatto e il passaggio si aprì. Scese per primo il vecchio Joseph, seguito dal nipote e da Jarod. Non appena quest'ultimo si fu calato nel buco, l'apertura si richiuse.
Si trovavano ora in uno dei laboratori segreti della fondazione. Attraverso una serie di corridoi bene illuminati, il professore condusse i due "ospiti" nel punto nevralgico dell'edificio sotterraneo. Dopo aver passato alcuni controlli e vari livelli di sterilizzazione, i tre furono ammessi in una grande sala piena di computers e sofisticate apparecchiature mediche. Nella stanza erano presenti dieci, forse undici persone, talmente assorte nel loro lavoro da non accorgersi che qualcuno era appena entrato. Senza preoccuparsi di richiamare la loro attenzione, Jarod condusse nonno e nipote al centro della stanza. Qui videro qualcosa che assomigliava molto ad un'incubatrice, ma con i vetri oscurati, e circondata da numerosi macchinari. Improvvisamente uno dei medici si accorse di loro e si avvicinò al gruppetto; salutò brevemente i visitatori e poi, dopo aver consegnato a Jarod un foglio, si allontanò rapidamente.
Jotaro stava cercando di indovinare il contenuto della capsula che aveva davanti, perché era ormai ovvio che era proprio quello il motivo del suo viaggio. Mentre rifletteva l'occhio gli cadde sul foglio che Jarod stava ora esaminando: era un elettroencefalogramma.
- Allora, è qui dentro la cosa che ci vuoi mostrare? - Era stato Joseph a parlare, indicano l'incubatrice.
- Si, è qui dentro. - rispose subito Jarod, poggiando il foglio su uno sei computers.
- É qui dentro... - ripeté. E intanto premette un pulsante.
Silenziosamente il vetro opaco che ricopriva l'incubatrice si aprì, scoprendo un'altra capsula di vetro, questa volta trasparente, che rivelava il misterioso contenuto.
Non appena vide di cosa si trattava Joseph sentì mancargli il respiro. Era sbigottito, non riusciva a credere a ciò che i suoi occhi gli mostravano.

Jotaro era immobile, accanto a lui. La sua mente si era svuotata in un attimo.
Un solo pensiero continuava a martellargli la testa; una sola frase, la stessa che, inconsciamente, affiorò sulle sue labbra: - Non è possibile! Non è assolutamente possibile! -
Di fronte a lui, coperta dal vetro, c'era .... una testa.
Il volto gli era familiare e non gli ci volle molto per riconoscerlo; l'aveva visto migliaia di volte nelle foto in bianco e nero che nonno Joseph gli aveva mostrato quand'era piccolo... ed ora era lì, davanti a lui.
Non c'erano dubbi: era Jonathan. Jonathan Joestar.

Indice | Capitolo 2