Prima parte: di carne e sangue
- Capitolo 3 -
Venezia, 1998 ore alla rigenerazione

Non capiva più niente. Avvertiva solo ondate di dolore nel petto, e un lieve aroma di cuoio e radica. “Come ti chiami?”

“Joshua Jones.” Immediatamente però si ricordò tutto, e si pentì di aver detto il suo nome con tanta leggerezza. Aprì gli occhi: era sul sedile posteriore di una Bentley Arnage, e accanto a lui c’era quel misterioso giapponese. “Yoshiwara Nakanase, molto piacere. Allora, dato che il tuo volto è un punto interrogativo vivente, da dove comincio?”

“Comincia a dirmi cos’è questa sorta di… energia?”. Si fermò di colpo, forse perché aveva adocchiato una bottiglia di Veuve Clicquot, in un cestello accanto al sedile. “Hai detto bene; si tratta proprio di un’energia, esattamente come l’energia solare. Viene generata dal ritmo della respirazione, e ora che non viene più insegnata è un’abilità unicamente ereditaria. Ehi, giù le mani da quello!!!”

“Continua…blurgh! Ti ascolto!” Yoshiwara alzò gli occhi al cielo, osservando Joshua scolarsi con la massima nonchalance l’equivalente di una settimana di lavoro di un’impiegato medio.

“Mettiamola così: sono rimasto molto colpito dal tuo talento. Erano anni che cercavo uno come te. Ti propongo un patto: tu vieni con me. Io ti pago vitto, alloggio e beni di…ehm…conforto. In cambio tu ti farai insegnare da me come perfezionare la tecnica concentrica.” Joshua bevve a garganella per un’altra decina di secondi, poi sparò un rutto colossale. “Va bene, ci sto!”

Quello che uscì dal bagno di casa Yoshiwara era solo un pallido simile del barbone di prima. Si era tagliato i capelli, pur lasciandoli spiovere sulle spalle. Non aveva più la barba, e indossava abiti adatti.

L’unica cosa rimasta era quella strana catena d’argento. “Da dove viene quella, Joshua?”

“La regalò mio nonno a mia nonna, poco prima di sparire completamente dalla nostra esistenza. Mia nonna diceva sempre che era un bellissimo giovane, e che mi somigliava…” Lo sguardo di Yoshiwara stava vagando per il corridoio: alle pareti, ritratti di famosi maestri concentrici, alcuni con l’alta uniforme purpurea di Gran Maestro di un’epoca. L’occhio gli cadde sul ritratto più antico: “Barone William Zeppelie”. Non sapeva perché, ma non riusciva a staccare gli occhi da quel ritratto. Era come se nel giovane e inesperto ex barbone di fronte a lui ci fosse qualcosa di Will… Improvvisamente tutto collimò nella mente di Yoshiwara. La catena d’argento aveva più o meno un secolo: Joshua dimostrava circa 25 anni. Era possibile che…?

“Parlami di tuo nonno…” Intanto erano entrati nel salone. Una bomboniera: velluto rosso copriva le pareti, fino a congiungersi a sei metri d’altezza con un soffito in stucco dorato.

“Non l’ho mai conosciuto di persona, ma la nonna teneva un suo ricordo in una vetrina, a casa nostra. Un cappello a cilindro, decorato a losanghe…” Joshua non riuscì a finire. Yoshiwara era allibito.

“Tu sei il nipote di Caesar Zeppeli! E’… impossibile!”

“Chi?”

“E’ stato un maestro concentrico straordinario. Forse il terzo o quarto più grande di tutti i tempi.”

Joshua si rabbuiò immediatamente. “Ha abbandonato una ragazza di 18 anni dopo averla messa incinta, tutto per una stupida disciplina tibetana completamente inutile!”

“Non è inutile!” urlò Yoshiwara. Fece un passo in avanti, e simile ad una fiammata blu l’energia concentrica scaturita da lui parve riempire la stanza. Istintivamente Joshua si mise in difesa, ma quella fiamma lo avvolse; il calore, maleficamente potente, gli impediva quasi di respirare. Un attimo dopo però era tutto finito. Yoshiwara ora pareva più piccolo, quasi pentito di quello che aveva fatto. Joshua fece per parlare, ma l’altro alzò una mano, come monito al silenzio. Un attimo dopo sferrò un feroce pugno in terra: scariche elettriche scaturirono dal punto colpito, raggiunsero il soffitto e là sparirono.

“Ti addestrerò, Joshua! Ti addestrerò, e se ti rifiuterai ti ridurrò in cenere. Come vedi ne sono perfettamente in grado…”. Joshua era allibito oltre misura. “Ch…” Non riusciva a parlare. I suoi polmoni non emettevano aria. Concenterandosi, racchiudendo tutto se stesso in quello sforzo, riuscì a dire “Chiamami Jojo” prima di svenire.

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