- Capitolo 12 -

Oscurità. Tuoni. Dolore. Sangue.

Sangue...

Al si svegliò di soprassalto. Era incatenato a un lettino d’ospedale, in una stanza buia. Intorno a lui sinistri apparecchi emettevano strani rumori. Jotaro era lì accanto, nella stessa situazione. Si sentiva intontito, come se fosse svenuto. Un tizio, che indossava un camice da medico e portava degli occhialetti scuri a pince-nez, si avvicinò a loro.

"Dove...mi trovo...? Che cosa è successo...?"

"Sei nella sede dei Medici dell’inferno, Alexej Simonov!". La frase risvegliò istantaneamente Al, che cercò di attivare Manowar; ma il medico di fronte a lui purtroppo era un portatore a sua volta. Uno scheletro in tuta anticontaminazione e con le dita sostituite da siringhe si piazzò accanto a Simmons, infilandogli 4 aghi nel collo.

"Ti ricordi di me, Alexej?" chiese l’uomo, togliendosi gli occhiali. Aveva uno smeraldo al posto dell’occhio destro.

"Klesk?"

"Ma tu ti diverti a seminare il mondo di mutilati?" chiese Jotaro, svegliato dalle grida.

"Anche lui doveva essere morto..."

"Pensa te..."

"Klesk, basta. Lasciami solo con loro" ordinò una voce sconosciuta. Klesk si ritirò, non senza timore nello sguardo.Colui che aveva parlato uscì dall’ombra in cui era immersa la sala, e si diresse verso di loro. Era vestito con molta eleganza: camicia bianca di seta con bottoni d’argento, plastron nero con spilla d’argento e zaffiri, gilet di seta molto decorato, giacca e pantaloni neri eleganti e scarpe nere con fibbia d’argento. Dardeggiò su di loro il gelido sguardo dei suoi occhi grigi, e si presentò."Il mio nome è Ruben Lagrange, ma penso che ormai l’abbiate capito da soli." Jotaro cominciò a dare strattoni, urlando come un ossesso e cercando di liberarsi, ma nemmeno Star Platinum riusciva a spezzare quelle catene.

"Calmati, Jotaro Kujo. Ti conviene. Allora, suppongo siate qui per uccidermi. O catturarmi..."

"Per ucciderti!" disse Al, trattenendo a stento la rabbia."Nel nome mio, e della Fondazione."

"Interessante, Al. Ma ora sai dirmi perchè la Fondazione mi vuole? Non certo per quei 5 che ho ucciso 10 anni fa..." chiese Ruben, mentre si toglieva la giacca e sfoderava uno stiletto d’argento.

"Perchè sei un pericolo pubblico! Le tue ricerche..." iniziò Jotaro, ma Ruben lo tacitò conficcandogli lo stiletto in una spalla e girandolo di qua e di là, per allargare la ferita.

"Menzogne! Le mie ricerche non sono mai andate come volevano loro..." sibilò Lagrange, tagliandosi a sua volta il polso destro; un fiotto di sangue uscì dalla ferita, macchiando il pavimento.

"Ma il mio sangue... è quello ciò che vogliono...". Ruben aprì la bocca a Jotaro, e lo costrinse a inghiottire un pò del suo sangue. Al, già stupefatto oltre ogni dire, assistette a un miracolo: la ferita di Jotaro, che avrebbe richiesto settimane per guarire, stava sparendo; nuova carne si stava formando sullo squarcio, i vasi sanguigni si stavano chiudendo da soli. In 5 secondi era tutto finito.

"Capito, adesso? Il mio sangue può curare ogni genere di ferita in brevissimo tempo e, a differenza di quello di un vampiro, non ha effetti collaterali. Per questo mi vogliono: io sono una miniera d’oro per Van Saad. Purtroppo voi resterete qui per molto, molto tempo. Ma almeno sarete in buona compagnia: spero che sappiate giocare a scacchi..." concluse Ruben, rimettendosi la giacca e uscendo. Anche la sua ferita si era richiusa.

"Non è possibile... anche lui è un essere perfetto... santo cielo..." sussurrò Jotaro, ancora stupito da quel miracolo.

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